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Un messaggio importante...Ciao a tutti.
Vi propongo un messaggio molto intenso scritto da una delle personalità più meritevoli di rispetto che il nostro paese può vantare:
Rita Levi-Montalcini.
La dottoressa Levi-Montalcini, nata a Torino nel 1909, ha conseguito la laurea in medicina e chirurgia presso l'Università di Torino nel 1936. Nel 1986 è stata insignita del Premio Nobel per la medicina e dal 2001, per nomina presidenzale, è senatrice a vita.
Ecco ciò che scrive:
Il messaggio che invio, e credo anche più importante di quello scientifico, è di affrontare la vita con totale disinteresse alla propria persona, e con la massima attenzione verso il mondo che ci circonda, sia quello inanimato che quello dei viventi. Questo, ritengo, è stato il mio unico merito. Io dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri. Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare, e non temete niente. Non temete le difficoltà: io ne ho passate molte, e le ho attraversate senza paura, con totale indifferenza alla mia persona.
Qualunque ulteriore commento credo risulti superfluo. Matematica e magia nera...Vi propongo qui un piccolo brano dello scrittore statunitense Fredric Brown approposito della, ahimè, frequente difficoltà che le persone hanno nell'approccio allo studio della matematica:
Henry Blodgett guardò l'orologio da polso: erano le due del mattino. Angosciato, chiuse di colpo il libro di testo sul quale aveva studiato e lasciò che la testa gli cadesse sulla scrivania. Non avrebbe mai superato l'esame del giorno seguente: più studiava la geometria, meno ci capiva qualcosa. La matematica in genere gli era sempre riuscita difficile, ma stava scoprendo che gli era addirittura impossibile capire la geometria. Se fosse stato bocciato, avrebbe chiuso con l'Università: nei primi due anni era già stato bocciato in altri tre esami, e secondo il regolamento dell'Università, un'altra bocciatura avrebbe significato la sua automatica espulsione. Desiderava ardentemente la laurea, poiché gli sarebbe stata indispensabile nella carriera che aveva scelto. Ormai solo un miracolo poteva salvarlo.
Si rizzò all'improvviso, colpito da un'idea: perché non tentare con la magia? Si era sempre interessato di occultismo. Sui libri aveva spesso letto le semplici istruzioni necessarie per evocare un demone e costringerlo a obbedire alla propria volontà. Fino ad allora l'aveva sempre considerata una cosa un po' rischiosa e quindi non ci aveva mai provato, ma quella era un'emergenza, e valeva la pena correre un piccolo rischio. Solo grazie alla magia nera sarebbe potuto diventare da un minuto all'altro un esperto in geometria. Prese dallo scaffale il miglior testo sulla magia nera, trovò la pagina che gli serviva e si rinfrescò la memoria leggendo le poche cose che avrebbe dovuto fare. Sgombrò con entusiasmo il pavimento spingendo i mobili contro i muri, tracciò col gesso un pentagono sul tappeto e vi entrò. Pronunciò poi gli incantesimi. Il demone era decisamente più orribile di quanto si aspettasse, ma raccolse il coraggio e cominciò ad esporre il proprio problema:
"Non sono mai stato bravo in geometria...", cominciò, "L'avevo intuito", disse con gioia sadica il demone e con un sorriso di fiamma lo ghermí attraverso le linee di gesso del'inutile esagono che Henry aveva disegnato per errore, invece del pentagono che l'avrebbe protetto.
Filtrare l'alcool denaturatoIntro:
Personalmente utilizzo molto alcool "bianco" come liquido di conservazione per reperti di storia naturale e siccome il prezzo di quest'ultimo è altissimo ho deciso di trovare un metodo alternativo per procurarmelo, cioè "filtrare" quello denaturato (quello rosso per intenderci) che costa molto meno. Su suggerimento del mio caro amico Livio (Lyvius) ho deciso di scrivere questo articolo, descrivendo come effettuare una corretta distillazione "casareccia".
Attenzione! Il risultato di questa procedura è alcol etilico denaturato bianco, non adatto ad essere ingerito. Infatti questo tutorial nasce da un'esigenza di utlizzo ai fini scientifici e non di produzione di alcolici tipo liquori, vini o birre. L'autore declina ogni responsabilità per eventuali danni causati dall'inosservanza di questo avviso.
Alcool etilico:
Etanolo secondo la nomenclatura IUPAC, è un alcol a catena corta la cui formula chimica è CH3CH2OH.
A temperatura ambiente si presenta come un liquido incolore dall'odore caratteristico. È tendenzialmente volatile ed estremamente infiammabile.
Vediamo invece di cosa si tratta il cosiddetto "spirito rosso", quello che tutti abbiamo in casa...
Composizione "spirito rosso" - alcol etilico denaturato (regolamento 2559/98 del 17/11/1998)
1 - Etanolo (non meno del 90%)
2 - Tiofene (altera le caratteristiche organolettiche)
3 - Denatonium benzoato (altera le caratteristiche organolettiche)
4 - Soluzione al 25% p/p di C.L. Reactive Brilliant Red K-2BP (Reactive Red 24) (colorante rosso)
5 - Metilchetone (evita le frodi, ha temperatura di ebbollizione molto vicina a quella dell'etanolo, dunque non può essere eliminato con la distillazione semplice)
Metodo di filtraggio:
Per la nostra esperienza, utilizzeremo il metodo del filtraggio con carboni vegetali (ottima la cenere prodotta dalla combustione in un comune caminetto da appartamento).
Occorrente:
Il metodo è particolarmente semplice, nonché economico; Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è:
1) Imbuto di materiale plastico; 2) Retina a maglie sottili (sono ottime quelle usate per il filtraggio delle acque negli acquari); 3) Contenitore di raccolta; 4) Cucchiaio o paletta in materiale plastico; 5) Carboni vegetali, ovviamente...; 6) Carta da filtro (si può acquistare in erboristeria); Procedura: Appoggiare sull'orlo di uno dei contenitori l'imbuto. Posizionare sul fondo dell'imbuto un pezzo di retina di adeguate dimensioni. Sistemare un pò di cenere (non molta) facendo attenzione a non far precipitare la retina nello scolo. A questo punto bisogna versare l'alcool etilico denaturato, mi raccomando, buon senso. Dopo pochi secondi, osserveremo gocciolare nel contenitore l'alcool privo del Reactive Red 24. Successivamente, siccome il risultato sarà una soluzione piuttosto sporca di qualche residuo di carbone, sarà sufficiente filtrarla in modo analogo a quello esposto, utilizzando un pezzo di carta da filtro. E' possibile anche effettuare la procedura in un solo passaggio, unendo alla retina la carta da filtro. Il difetto di questa impostazione è l'aumentare del tempo necessario al completamento dell'operazione.
Conclusioni: Come avete visto il metodo è semplicissimo e non comporta problemi. L'unico svantaggio è il tempo che si impiega a filtrare, dato che si ottiene una goccia al secondo circa...ma dopotutto non mi sembra un grandissimo problema... Malocchio...si, come noMai capitato che dopo esservi confidati con qualcuno dei vostri problemi questi vi abbia risposto:
"Oh! ma guarda!...vediamo se hai il malocchio!?"
Mi farebbe davvero piacere se frasi come queste fossero solo un ricordo del passato, qualcosa da scrivere sui libri di storia...Invece il "malocchio" è una realtà ancora attuale e moltissima gente, anche giovani, ci credono.
Vi giuro, mi piange il cuore.
Vediamo di cosa si tratta, come si fa e cosa c'è dietro la folkloristica pratica.
Alcuni idividui sostengono di poter diagnosticare la presenza del "malocchio", ovvero una sorta di maledizione inflittaci da qualcuno che non ci sopporta (siamo alle soglie della magia nera...). Per effettuare la verifica, questi personaggi utilizzano una curiosa procedura. Una goccia d'olio viene lasciata cadere in un piatto contenente acqua; a seconda che la goccia d'olio resti a galla nel piatto o apparentemente scompaia se ne traggono conclusioni circa l'eventuale presenza del malocchio. Ovviamente la pratica sembra confermare questa cosa, ma ovviamente l'influenza della magia non c'entra affatto.
Per cercare di comprendere meglio ciò che succede si può fare un esperimento. Si prendano due piatti fondi uguali, si lavino accuratamente con detersivo e si risciacquino con acqua calda. Su uno dei due piatti si passi quindi un batuffolo di cotone leggermente imbevuto d'olio. Si introduca una uguale quantità d'acqua nei due piatti. Si lasci quindi cadere una goccia d'olio da uguale altezza nell'acqua dei due piatti. In quello che è stato preventivamente unto con il batuffolo di cotone, la goccia d'olio rimarrà localizzata in una zona molto ristretta. Viceversa in quello accuratamente sgrassato la goccia sembrerà sparire. In realtà la goccia d'olio non sparisce, ma si spande sulla superficie dell'acqua in un sottilissimo strato che possiamo considerare con buona approssimazione monomolecolare (guardando contro luce la superficie è possibile vedere la chiazza d'olio). La differenza di comportamento nei due piatti è conseguenza di una delle più importanti proprietà dei fluidi: la tensione superficiale, ovvero la tendenza di un fluido ad occupare quanto minor volume possibile creando una sorta di barriera all'interfaccia tra il fluido stesso e l'ambiente circostante. E' grazie a questa proprietà che alcuni oggetti come un ago da cucito non affondano in un bicchiere d'acqua: non perchè galleggiano, ma perchè non riescono a "sfondare" la barriera.
Nel caso in cui la tensione superficiale viene modificata dalla presenza di tracce d'olio nel piatto trattato con il batuffolo di cotone, la barriera si rompe e la goccia è in grado di penetrare nel fluido.
Quindi, coloro che basano la "diagnosi" del malocchio sulla caduta di una goccia d'olio in un piatto si affidano, se in buona fede e per ignoranza, al caso. L'esito, infatti, dipende dalle proprietà del fluido, in questo caso acqua, e dal modo più o meno accurato con cui il piatto è stato lavato.
Se dovesse capitarvi di trovarvi in questa situazione allora, pensate a quanto è stato appena detto e "smascherate" il trucco, spiegando scientificamente cosa accade nel piatto, magari facendo anche una piccola dimostrazione.
Per maggiorni informazioni:
Pulire l'argenteriaVi è mai capitato di osservare ai danni un oggetto d'argento il fastidioso fenomeno "dell'annerimento"? Penso che la maggior parte di voi abbia risposto affermativamente alla domanda precedente, quindi, vi propongo un facile metodo "domestico" (anche se scientificamente molto interessante) per porre rimedio al fastidioso fenomeno...
Facciamo una breve introduzione;
Cos'è l'argento? L'argento è l'elemento chimico, indicato con il simbolo Ag (abbreviazione della dicitura latina "argentum") avente numero atomico 47 (ovvero l'atomo che lo compone possiede quarantasette protoni). La sua posizione sulla tavola periodica lo colloca tra i metalli di transizione e a condizioni standard si presenta come un solido bianco, lucido e tenero. E' il miglior conduttore di calore ed elettricità tra tutti i metalli. L'argento è una sostanza che difficilemente interagisce con l'ambiente esterno, infatti è stabile all'aria pura e all'acqua pura ma, ecco un particolare che ci interessa, scurisce se sottoposto a contatto diretto con l'ozono, l'acido solforico o ambienti che presentano tracce di composti dello zolfo, infatti, il cosiddetto "nero" non è altro che solfuro d'argento.
Come eliminare questa fastidiosa patina dunque? Semplice: costruendo una pila. Non temete, nulla di complicato. Per informazioni rigorose su cosa sia una pila in chimica, vi rimando a testi specialistici, ma in due parole, la pila è un dispositivo dove avviene una reazione di ossido-riduzione (nota anche come "redox"), ovvero avviene un trasferimento di elettroni tra i reagenti.
Per la nostra esperienza dunque, occorrono:
1*) un oggetto d'argento "annerito" - c'è qualcuno che potrebbe dimenticarlo
1) una vaschetta di alluminio Al di quelle che si usano per gli alimenti;
2) acqua calda;
3) comune sale da cucina (in gran parte cloruro di sodio NaCl);
Per creare la pila è sufficiente versare l'acqua calda nella vaschetta, mescolarvi del sale (creare una soluzione salina) e immergervi l'oggetto che desideriamo pulire, facendo attenzione che quest'ultimo sia in contatto con la parete della vaschetta.
Dopo pochi minuti l'oggetto d'argento tornerà splendende come in origine.
Ma cosa è successo? Semplice, la presenza della soluzione salina, del catodo e dell'anodo, rispettivamente l'oggetto d'argento e la vaschetta, hanno costituito una pila, attivando una reazione elettrochimica di redox durante la quale l'argento si riduce, "perdendo" la patina nerastra e cedendola all'alluminio, che si ossida. Quest'ultima infatti, mostrerà un cambiamento di colore, dovuto all'acquisizione della patina ceduta dall'argento. Il sangue di S.Gennaro: basta menzogneSarà perchè non vedo particolarmente di buon occhio la chiesa e tutto quello che c'è dietro, ma mi sento in dovere di segnalare una indagine che esiste dal 1991 e che smaschera definitivamente le menzogne che tre volte l'anno vengono messe al bando della popolazione napoletana nel duomo di Napoli. E' ora che le persone, fedeli o no, sappiano che il "miracolo" dello "scioglimento" del sangue di S. Gennaro è un falso. Involonario forse, ma un falso. Perchè? ...vediamo;
Tre scienziati del C.I.C.A.P., Luigi Garlaschelli, Franco Ramaccini e Sergio Della Sala, nel 1991, progettarono e crearono con mezzi disponibili nel 1300 (data alla quale risale la reliquia) una sostanza perfettamente identica al presunto sangue, con proprietà "tissotropiche", cioè una sostanza che sottoposta a stress meccanici effettua un passaggio di fase da solido a liquido. Ricordate i movimenti che il vescovo effettua per verificare la poca viscosità della sostanza? - bingo, ecco lo stress, ed ecco che la sostanza diventa fluida. I tre, sono illustri personaggi di fama mondiale e il loro scritto fu pubblicato anche sulla celebre rivista "Nature", a prova di quanto fosse scientificamente valida.
Ora non sappiamo se la chiesa sa dell'imbroglio e ne approfitta per fare presa sui fedeli, oppure se ignora la spiegazione scientifica alla base, rimane il fatto che la sostanza ignota contenuta nelle ampolle non è sangue, ma una sostanza colloidale tissotropica di fabbricazione di qualche alchimista del 300, ed al contrario di quello che sostiene la chiesa, la spiegazione scientifica c'è ed è rigorosa.
Mi domando, se sono così sicuri, perchè non permettono un'analisi diretta di un campione? La scusante del danneggiamento alla reliquia nel 2007 non è più credibile; e vabbè, dopotutto si sa: "la verità fa male..."
Non penso ci sia da aggiungere altro, mi limito dunque a segnalarvi i links ufficiali:
1) Indagine sul sangue di San Gennaro, sul sito del CICAP: http://www.cicap.org/articoli/at100062.htm
2) Articolo pubblicato su "Nature", vol. 353, 10 Ottobre 1991 (in lingua inglese): http://www.cicap.org/articoli/at100063.htm
3) Informazioni sulla tissotropia sul sito di Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Tissotropia Eusapia Palladino: fine del misteroUn pò di storia...
Eusapia Palladino è stata una medium. Celebre in tutto il mondo per i suoi poteri eccezionali. Ella ha vissuto per buona parte della sua vita a Napoli, e sempre a Napoli, in via Benedetto Cairoli, ha abitato ed è morta, il 14 maggio 1918. Una data che vale la pena di anticipare subito perché è una delle poche cose certe di una vita ricca di punti interrogativi...
Personaggio enigmatico e di umilissime origini, Eusapia Palladino non ha mai fatto molto per aiutare i suoi biografi.
Ecco Eusapia Palladino in una foto del 1907
Nata nel 1854 in Puglia a Minervino Murgie, vicino Bari, la medium ha descritto in modo contraddittorio i difficili anni della sua infanzia. La madre sarebbe morta poco dopo la sua nascita o, secondo altre versioni, addirittura nel darla alla luce. Il padre invece, sempre secondo il racconto della Palladino, sarebbe stato assassinato dai briganti, davanti agli occhi della piccola.
Non è tutto: l'idea di una infanzia terribile venne alimentato dalla stessa Palladino. Era sempre lei infatti a ricordare come, a poco più di un anno, una caduta in casa le avesse procurato la frattura di un osso della testa, l'osso parietale. Qualche tempo dopo fu invece la nonna, a cui era stata affidata, a procurarle un'altra frattura cranica con una padellata... Aggiungiamo a tutto questo una grande ignoranza e un carattere spigoloso e avremo il quadro di una personalità complessa contro cui andò a cozzare, da ogni punto di vista, il meglio della cultura e della scienza europea del tempo. Parliamo di poco più di un secolo fa... Dopo un'infanzia decisamente in salita, le cose iniziarono a prendere una piega diversa quando Eusapia arrivò a Napoli. La speranza era quella di trovare impiego come bambinaia, ma il destino volle che la ragazza capitasse in una famiglia di appassionati spiritisti: la famiglia Migaldi. Si racconta che una sera, venuto a mancare un invitato, Eusapia venne coinvolta dai suoi padroni in una seduta spiritica. Doveva essere solo un anello della catena medianica ma i fenomeni che si verificarono nella stanza stupirono tutti, non erano mai accaduti prima. Oggetti che volavano, colpi sul tavolo, voci di defunti...
Sembrava la fine del mondo. Per Eusapia fu l'inizio di una nuova vita.
In poco tempo la notizia dei poteri della Palladino si diffuse per tutta Napoli e ben presto anche nel resto d'Italia e a seguire in Europa. Iniziò così iniziò per la Palladino una serie infinita di dimostrazioni e di sedute spiritiche, molte delle quali davanti ad eminenti scienziati dell'epoca, compresi alcuni futuri premi Nobel della fisica come i coniugi Pierre e Marie Curie, o della medicina come Charles Richet. Anche in Italia uno dei più importanti scienziati dell'epoca, Cesare Lombroso, si interessò a lungo alla ex bambinaia semianalfabeta che sembrava avere l'Europa ai suoi piedi. Trucchi si...ma il mistero resta in piedi
La Palladino venne più volte sorpresa a imbrogliare, a volte anche in modo molto rozzo. Ma continuò sempre a sottoporsi di buon grado a controlli e a verifiche da parte di importanti scienziati e medici. All'epoca molti scienziati ritenevano che i fenomeni paranormali fossero frutto di una deviazione della mente. Insomma, qualcosa che poteva interessare più la nascente psichiatria che lo spiritismo. Eppure era difficile spiegare certe manifestazioni solo con l'uso di trucchi o di una patologia psichica...
Nell'estate 1902 la Palladino venne esaminata da un gruppo di docenti universitari di Palermo. Una relazione stesa in quell'occasione racconta cosa avvenne: "Ad uno di noi, una volta al buio, venne tolta la sedia, sulla quale stava seduto, malgrado resistesse con tutta la sua forza. Fatta la luce, la sedia fu trovata sul tavolo centrale; rifatto buio, la sedia ritornò precisamente al suo posto e il proprietario di essa, che era rimasto tuttora in piedi, fu tirato energicamente per il lembo della giacchetta, dalla parte di dietro, e forzato a piegare le ginocchia e rimettersi a sedere. Durante il lungo svolgersi d questo fatto il controllo della persona della Palladino fu, come per tutti i fenomeni qui narrati, completamente sicuro".
Secondo i numerosi racconti dell'epoca, durante le sedute, la Palladino veniva legata alle sedie e gambe e braccia venivano tenute ferme da persone che non la perdevano mai di vista. A rendere ancora più impenetrabile il rompicapo c'erano poi le bizzarrie di questa donna ignorante, poco amante della pulizia, arrogante e bizzosa che, spesso, a fine seduta faceva delle avances molto dirette ai compassati professori che la esaminavano. La verità:
Dunque esclusa qualche dimostrazione palesemente smascherata, è vero quanto accadeva all'epoca?
Ovviamente no, o meglio, si, ma non per i motivi che tutti credevano; Infatti, la commissione dell'epoca (parliamo di un secolo fa, ed in questo lasso di tempo la scienza è progredita esponensialmente), impreparata nell'affrontare un'analisi scientifica accurata di fenomeni di questo tipo, diede conclusioni affrettate, ovviamente nei limiti delle proprie possibilità. Oggi, la commissione del C.I.C.A.P. (Italian Committee for the Investigation of Claims on the Paranormal), massimo esponente in materia di studio e valutazione di fenomeni "paranormali", alla luce di nuovi studi, ha rivalutato la vicenda, escludendo assolutamente la possibilità che quanto fatto dalla Palladino fosse frutto di poteri paranormali, ma che fossero sempre e solo conseguenza dell'astuzia della donna, che riusciva a creare fenomeni suggestivi e dal forte impatto, ma sempre e comunque utilizzando "trucchi", ampiamente spiegati nel rapporto.
Il nuovo report su Eusapia è consultabile (in lingua inglese) sul sito ufficiale del CICAP, all'indirizzo: http://www.cicap.org/en_artic/at101008.htm
Ancora una volta, anche se a distanza di molto tempo, la ricerca scientifica ha "smascherato" una delle centinaia di leggende metropolitane che circolano in giro, rendendo giustizia alla realtà e combattendo l'ignoranza e la credulità popolare. Lo "spettro della suora": un fantasma a CasertaIl fatto:
A Caserta, a Sud-Est della Reggia, nei pressi dell'ex fabbrica "Saint Gobain", vi è un sottopassaggio ferroviario che congiunge viale A. Lincoln a viale A. Lincoln II: in questa zona apparirebbe lo spettro di una suora.
Molti sostengono di aver visto, passando di notte, una figura vestita di nero col capo coperto da un velo passeggiare sul marciapiede del sottopassaggio e qualche volta pararsi davanti alle auto, anche causando seri incidenti.
L'immagine, ottenuta utilizzando il software freeware Google Earth, mostra la vista aerea della zona dove avverrebbe il fatto.
Ecco una inquadratura da viale A.Lincoln II del sottopassaggio. Foto di A.Massimilla
La leggenda:
La vicenda sembra essersi svolta verso la fine del 1800 e l'inizio del 1900. Pare che la suora, facente parte dell'ordine delle "Ancelle dell'Immacolata", non rispettasse le rigide regole monastiche, astenendosi dal voto di castità ed avendo una, seppur limitata, attività sessuale. Tuttavia, una delle sue avventure le procurò una gravidanza, fatto piuttosto grave data la sua posizione. Altri sostengono invece, che la giovane suora sia stata vittima di uno stupro da parte di un viaggiatore. Le due versioni, entrambe verosimili, concordano con il seguito della vicenda, infatti pur riuscendo a nascondere il suo segreto durante i nove mesi della gestazione, in seguito al parto del bambino, impossibilitata nel compiere il suo dovere di madre, la suora uccise il piccolo e seppellì il cadavere sotto un albero. In preda del panico, del dolore e terrorizzata dal giudizio delle sue sorelle e della gente, decise di togliersi la vita, impiccandosi usando il cordone dell'abito ad un ramo dello stesso albero alla cui base vi era sepolto il figlio; la leggenda dice che in prossimità di quel vecchio albero secolare, che ora non è più presente sul territorio, la suora torni sistematicamente per cercare la tomba, ormai persa, del figlio. Il fenomeno pare sia abbastanza frequente e personalmente conosco diverse persone che sostengono di aver visto, seppur non distintamente, una figura scura in ore della notte, tipicamente dalla mezzanotte alle tre del mattino.
Da evidenziare comunque, che chiunque afferma di aver visto la suora fantasma era a conoscienza della leggenda prima dell'evento e che nessuno, ignaro del racconto, ha mai dichiarato di aver visto qualcosa di sospetto.
Commenti:
Ovviamente, senza mettere in dubbio la buona fede di chi racconta la propria esperienza personale, io credo nella scienza ed escludo la possibilità di aver fede in qualcosa che non è dimostrabile. La mia nota curiosità mi ha incentivato nel ricercare quante più informazioni possibili sull'inquietante vicenda, spingendomi a fare piccole interviste alle persone informate dei fatti ed a recarmi sul posto direttamente in diverse occasioni ed in diverse ore della notte per cercare la misteriosa presenza; esculusa qualche misera informazione piuttosto vaga, inutile dire che mai ho avuto la fortuna di poter vedere il fantasma. A questo proposito infatti, dopo un'analisi rigorosa a fenomeni del genere si celano sempre cause scientificamente spiegabili di varia natura, ovvero fenomeni fisici o psichici, piuttosto che spiegazioni grossolane attribuite al mondo del paranormale (ignorando volutamente la molto probabile e frequente opzione della frode).
La spiegazione più rigorosa, dunque, è quella dell'allucinazione, in quanto è scientificamente la più valida. Ci sono anche altre teorie, con meno basi e più avventurose che possono essere citate: tra queste, la teoria del "varco spaziotemporale". Ma vediamo nel dettaglio le due spiegazioni, quella valida e quella alquanto fantascientifica: 1) Allucinazione: Si basa sul fatto che chiunque si rechi in un luogo particolare per assistere ad un'apparizione, se abbastanza convinto e suggestionato, può realmente assistere ad un'apparizione. La mente infatti, se posta sotto un forte stimolo di stress, può creare delle illusioni di vario genere (visive, audio, olfattive, etc.) che possono essere diverse a seconda della persona. Nei casi in cui due o più persone condividono la stessa esperienza illusoria si parla di allucinazione collettiva. Alcune teorie parapsicologiche sostengono che un individuo psicologicamente forte, in caso di forte stress e/o forte emozione (come la paura) possa trasmettere l'immagine che è stata registrata dal suo cervello telepaticamente: quest'ultima ipotesi però non ha ancora riscontro scientifico certo, ma è ancora in fase di ricerca.
2) Buco spaziotemporale: I padri di questa teoria sono fondamentalmente due: il ghost hunter Peter Underwood e il professore Hermann Wilkins dell'Università dell'Ohio (USA) sostengono che, grazie a particolari situazioni ambientali, si possa creare una sorta di "buco nella luce" che renderebbe possibile vedere nel passato per pochi istanti. Questo infatti sarebbe la spiegazione perché i fantasmi vengono visti ad oltrepassare i muri, a fluttuare nell'aria ed a camminare immersi per metà nella strada; questo perché molto probabilmente nel passato non esisteva quel determinato muro, c'era una dunetta oppure la strada non era ancora stata costruita.
Questa teoria sta avendo ampia diffusione negli ultimi anni pur sembrando a molti assurda. La sua espansione è probabilmente motivabile in luce alle recenti scoperte in campo fisico, come ad esempio la recente riformulazione delle teorie riguardo i buchi neri. Questa teoria però, ad essere onesti, non ha ancora solide basi scientifiche, inoltre, vista la natura unica dello spaziotempo, essa non spiega il motivo per cui si avrebbero slittamenti solo in termini di tempo e non di spazio. Forse nei prossimi anni la ricerca si espanderà in questo settore della fisica sostenendo con argomentazioni più solide questa teoria, ma per ora, il rigore scientifico ci obbliga ad assumere come spiegazione unica la prima ipotesi.
Conclusioni:
Qualsiasi fenomeno di questo tipo ed in particolare la "suora fantasma" di Caserta, non sono mai eventi paranormali, ma sempre fenomeni fisici riconducibili a cause materiali. Le leggende, i miti e le credenze popolari sono frutto dell'immaginazione e parte integrante della "cultura popolare" di un luogo. E' giusto quindi, a mio avviso, che vengano rispettate e tramandate, l'importante è avere il buon senso di non considerarli come fatti reali ma limitarsi a trasmetterli come tradizione folkloristica della propria città. La rete di Hartmann: la fisica è un'altra cosa...Dopo studi empirici fu elaborata la teoria secondo cui il pianeta sarebbe avvolto da una rete di origine elettromagnetica, le cui linee di forza escono dalla terra, si innalzano nella biosfera e si incrociano in punti detti nodi...
Questa teoria, è alla base di una disciplina che ha avuto origine in tempi abbastanza recenti: la geobiologia. Questa (pseudo)scienza ha come obbiettivo, lo studio dell'infulenza dell'ambiente su tutto ciò che è vivente. Ovviamente questa ha campo di applicazione in svariati settori e per quanto riguarda l'abitazione, essa può dunque fornire utili indicazioni sul rapporto ottimale tra luogo abitato e influssi terrestri. Non si limita infatti a studiare i fattori ecologici quali siamo di solito portati a prestare più attenzione (temperatura, umidità, venti...); analizza anche (e qui casca l'asino...) l'influenza degli irraggiamenti cosmici e di quelli terrestri.
A questo proposito, il medico Ernst Hartmann, dell'università di Heindelberg, teorizza una rete, detta "rete H" di raggi tellurici, una scacchiera orientata, con interasse di circa 2 m in direzione Est-Ovest e 2,5 m in direzione Nord-Sud, che forma un muro invisibile che si innalza nella biosfera; quando i reticoli si incrociano si hanno dei "Nodi", che Hartman definisce "punti patogeni", ovvero, dato che rappresentano i luoghi fisici dove è presente una maggiore concentrazione di radioattività, inducono a malesseri, anche gravi.
Ovviamente, la teoria è scientificamente infondata e gli studi condotti non lasciano dubbi sulla sua mancanza di rigore scientifico.
Inoltre, la comunità scientifica mondiale ha etichettato come "assurda" tale teoria, accusando Hartmann e seguaci di profonda ignoranza tecnica.
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Su questo argomento sono reperibili parecchie notizie on-line, ma trovo particolarmente interessanti tre articoli pubblicati sul sito
"Edicola Web: il mistero in Internet" - www.edicolaweb.net, scritti da Giuseppe Badalucco, ovvero:
1) La rete di Hartmann - introduzione: http://www.edicolaweb.net/atlan12a.htm
2) Le evidenze scientifiche contro Hartmann: http://www.edicolaweb.net/atlan12b.htm
3) Cosa depone a favore di Hartmann: http://www.edicolaweb.net/atlan12c.htm
Altro sito interessante che ospita ampio spazio su questo argomento è quello dell'istituto nazionale di astrofisica, Osservatorio Astrofisico di Arcetri, che a questo indirizzo: http://www.arcetri.astro.it/~comore/skeptic/geobio.html affronta esaurientemente la bufala partorita da Hartmann e soci; (assurda la vicenda della conferenza a Padova...leggete e tremate)
La prova matematica dell'esistenza di DioUn modo per stabilire la validità di una qualsiasi argomentazione per l'esistenza di Dio è quello di esaminare le caratteristiche di tale Dio. Ciò equivale a chiedersi "Cos'è Dio?".
Oggigiorno in Occidente, il termine "Dio" si riferisce tipicamente al concetto monoteistico di un Essere Supremo, ovvero un essere diverso da tutti gli altri. Una definizione comune in questa tradizione afferma che Dio possiede ogni perfezione possibile, incluse qualità quali onniscienza, onnipotenza, e una perfetta benevolenza. Comunque, questa definizione non è l'unica possiblile.
Assumendo quest'ultima definizione, il matematico tedesco Kurt Godel, costruisce una brillante deduzione logica, dimostrando matematicamente che non solo Dio è possibile, ma esiste.
Il libro che in questa sede prendo in esame, edito da Bollati Boringhieri, a cura di Gabriele Lolli e Piergiorgio Odifreddi è una bella passeggiata nel tempo sulle orme della fantomatica "prova ontologica", ovvero la prova dell'esistenza di Dio, con, ovviamente, particolare attenzione alla versione di Godel.
Di seguito troverete un articolo sul libro, scritto da me con la supervisione della mia ragazza, con una breve discussione sui contenuti ed in appendice il testo della prova ontologica con la relativa spiegazione.
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Articolo di Alfredo "Ice Rocket" Massimilla, a cura di Francesca Marano, Napoli 2006
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Il libro, è un intrigante viaggio attraverso la storia della fantomatica “prova ontologica”, ovvero la prova dell’esistenza di Dio, con, ovviamente, particolare attenzione al testo del matematico tedesco Kurt Gödel. La dimostrazione vera e propria, consiste in due paginette di righe logiche con annessi testi collegati tratti dagli appunti personali dell’autore, presenti nel libro. Il resto delle circa 120 pagine che lo costituiscono, consistono nella nota introduttiva di Robert Merrihew Adams e dalle due osservazioni sulla prova dei matematici Piergiorgio Orifreddi e Roberto Magari. Altri contributi sono di Gabriele Lolli. Mi limiterò ora ad esporre brevemente il contenuto del libro. Gödel fornisce in questo breve scritto, una dimostrazione logica dell’esistenza di Dio: impresa che oggi potrà sembrare anacronistica, ma che situa nella scia di una tradizione millenaria. La dimostrazione fu concepita nel 1941, rimaneggiata nel 1954 e perfezionata nel 1970. Nel febbraio dello stesso anno, Gödel, fortemente preoccupato per la sua salute a causa di un brutto malanno, mostrò il testo Prova Ontologica al logico Dana Scott e lo discusse insieme a lui: temeva di morire presto e voleva essere sicuro che la dimostrazione non scomparisse con lui. Più tardi tuttavia, sempre nel 1970, sembra che abbia detto all’economista Oskar Morgenstern di ritenersi “soddisfatto” della sua opera, ma di non volerla pubblicare. I motivi di questa scelta, non sono del tutto chiari; c’è chi sostiene che egli avesse timore che si pensasse “che egli crede effettivamente in Dio, mentre è solo impegnato in una ricerca logica” (dal diario di Morgenstern, 29 agosto 1970), ma questo è chiaramente in opposizione al fatto che Gödel era effettivamente credente, come egli stesso definisce: “il mio credo è teista non panteista, nel solco di Leibniz più che di Spinoza”. Altra motivazione, forse più realistica, di cui parleremo più avanti, è che la dimostrazione in realtà, pur essendo geniale, non prova l’esistenza di Dio, in quanto si fonda su assiomi confutabili che non suscitano alcuna convinzione e Gödel era cosciente di questo, a tal punto che forse proprio per il suddetto motivo egli si limitò ad esserne soddisfatto in privato.
La prova ontologica di Gödel tuttavia, non è il primo tentativo nella storia di centrare l’ardito obbiettivo di dimostrare l’esistenza di Dio. Altri studiosi, in passato, si sono cimentati nel problema, ed ad uno di essi, Gottfried Wilhelm von Leibniz, Gödel è particolarmente vicino, impostando il proprio lavoro nel medesimo modo. Gli intellettuali che hanno redatto una propria versione della “prova ontologica”, prima di Gödel, sono in ordine temporale, Sant’Anselmo d’Aosta (1033-1109) che la rese nota nel 1077; Renè Descartes (1596-1650) noto come Cartesio che la rielaborò nel 1637, ed infine il già citato Gottfried Wilhelm von Leibniz (1646-1716) che ne formulò una prima versione nel 1701 e quella definitiva, rielaborando quella di Cartesio, nel 1714. Il lavoro di Anselmo, il primo della storia riguardo un argomento così particolare, è una dimostrazione fondata sulla “teologia razionale”, ovvero, costruita sul ragionamento logico, come lo stesso autore desiderava. Egli cercò ardentemente una argomentazione valida, basata unicamente sulla logica “che non avesse bisogno di altra giustificazione che se stesso”. Con sua grande soddisfazione, nel 1077, scoprì la seguente prova ontologica. Definiamo Dio come un essere del quale non si può pensare niente di maggiore. Se esso non fosse unico, si potrebbe pensarne uno più grande che comprendesse entrambi. Se esso non esistesse, si potrebbe pensarne uno più grande che esistesse. Dunque Dio esiste ed è unico. Ovviamente, come facilmente si intuisce, la prova ontologica non era perfetta quanto l’essere la cui esisistenza essa cercava di dimostrare, infatti essa rendeva semplicemente il concetto di Dio più comprensibile a chi già ci credeva, ma nulla più. A tal proposito, le critiche furono numerose, in più, si aggiungeva il problema dell’introduzione della logica nella teologia, che preoccupava non poco la Chiesa: cosa sarebbe successo se l’esistenza di Dio fosse risultata non dimostrabile o addirittura refutabile? Si sarebbe reso un servizio non alla fede, ma all’ateismo, con le immaginabili conseguenze. Dicevamo dunque, che la prova di Anselmo non dimostra l’effettiva esistenza di Dio ma piuttosto ne semplifica la comprensibilità. Per questo motivo, all’epoca, si parlava non di prova, ma di “via”. A credere di poter dimostrare veramente l’esistenza di Dio, furono i razionalisti. Nel 1637, Cartesio riformulò la prova di Anselmo: L’esistenza di Dio è compresa nella sua essenza. In realtà questa non è altro che una rielaborazione dell’autocertificazione divina “Io sono colui che è” (Esodo, III, 14), che significa ampiamente che in Dio esistenza ed essenza coincidono. Cartesio non provò tale asserto, limitandosi ad affermare che esso è evidente, “chiaro e distinto”, passando tale affermazione per vera in quanto Dio esiste e non ci inganna; In fin dei conti, come prova dell’esistenza di Dio, questa non è un gran ché…Il passo in avanti arriva nel 1641, quando lo stesso Cartesio definisce Dio come un essere che ha tutte perfezioni, e poiché l’esistenza è una perfezione, esso esiste. L’asserto è chiaramente obbiettabile, infatti l’esistenza lunge dall’essere una perfezione, ma per la prima volta, la prova ontologica, finalmente, si trasformava da un argomento di credibilità ad una prova vera e propria e cominciava ad acquisire i tratti distintivi di una prova matematica. Nel 1676, nel brevissimo saggio Sull’esistenza dell’ente perfettissimo Leibniz obbiettò invece che la formazione di Cartesio non era soddisfacente, in quanto si possono dedurre conclusioni da una definizione in modo significativo solo se essa non è contradditoria. Per Leibniz dunque, Cartesio aveva semplicemente dimostrato che se Dio è possibile, allora esiste. Con un abile gioco di parole, egli dimostrò l’asserto (passaggio sviluppato nel libro), rendendo apparentemente conclusa la faccenda. Entrò in scena però Kant, il quale letteralmente distrusse tutte le tesi fin ora conquistate; Tra le argomentazione usate da Kant per confutare le tesi della prova ontologica vi è un forte rifiuto dell’asserto che l’esistenza è una proprietà. Nuovi fatti, avvennero dunque con l’avvento di Kurt Gödel e della logica moderna. Principalmente, questa, usa sostituire il concetto di proprietà, che risulta piuttosto astratto, con l’insieme degli oggetti che la soddisfano, rendendo la percezione più concreta. La prova ontologica di Gödel, dunque, prende come riferimento quella di Leibniz, apportandone modifiche sostanziali. Principalmente, egli sostituisce il concetto di “perfezioni”, che non è ben chiaro cosa siano, con le “proprietà positive”, di cui non si sa per nulla, cosa siano. Essendo un logico e non un teologo, tuttavia, Gödel evita di parlare a vanvera delle proprietà positive (…), come avevano fatto i suoi predecessori, causando non poca confusione, ma si limita a definire alcune delle loro caratteristiche, facendo una analogia con i numeri positivi, utilizzando unicamente queste nel suo ragionamento. Possiamo dunque definire Dio, come “un essere che ha tutte proprietà positive” (!?), pur non sapendo nulla su di esse (!). Utilizzando questo metodo, Gödel, dimostra agevolmente il teorema finale, cioè che Dio esiste (vedi appendice). Ci sono, tuttavia, dei problemi; La dimostrazione, si fonda sull’asserto che Dio possiede certe proprietà, ma siccome le proprietà sono godute da oggetti del mondo, si deduce allora che Dio fa parte del mondo, dunque non è un essere immanente e trascendente (!). Inoltre, l’assunzione del fatto che congiunzioni di proprietà positive, produce una proprietà positiva, non è accettabile (si pensi alle proprietà positive- “giustizia” e “pietà”). Ancora, l’unicità di Dio è solo relativa alla classe di proprietà considerate, dunque siccome le classi sono tante, si dovrebbe parlare di capoclasse, anziché di Dio. Infine, l’assunzione che “essere Dio” è una proprietà positiva, non è molto diverso da ammettere direttamente il teorema finale, e cioè che Dio esiste (!); la presenza di tale assunzione dunque, dimostra una notevole furbizia da parte di Gödel, che semplifica notevolmente il procedimento logico, giungendo correttamente all’enunciazione del teorema finale, ma che non ne accresce affatto il potere probativo ed essendo questo noto all’autore, egli decise di non pubblicare l’opera.
In definitiva, la prova ontologica, come lo stesso Gödel ben sapeva, non dimostra realmente l’esistenza di Dio, ma si limita ad essere un geniale esercizio di logica; Dopotutto, se è pur vero che Gödel si interessò particolarmente di filosofia durante la sua vita, argomentando su diverse questioni con grande competenza, egli rimaneva e rimarrà un logico. Infatti, matematicamente, la dimostrazione sembra coerente, ma la non assolutezza dello scritto sta nel fatto che vengono assunti degli assiomi, che anche se si riuscisse a dargli un senso, arrivare al teorema finale attraverso essi, o accettarlo direttamente, non vi è differenza sostanziale (forse è infinitesimamente più semplice nel secondo caso), ovvero bisogna comunque ricorrere al concetto di “Fede”, che ovviamente ha ben poco di scientifico. Infine, come cita il logico Roberto Magari in conclusione al suo commento sulla prova ontologica nelle ultime pagine del libro, il desiderio di credere (riguardo i dischi volanti, l’astrologia o altro) se può da un lato essere di incentivo alla ricerca della conoscenza, dall’altro può risultare fonte di errori molto gravi. E’ condannabile invece, l’atteggiamento di molti “intellettuali” contemporanei, (tra cui a mio avviso non figura Gödel, che conscio di non aver provato nulla, tenne lo scritto per se) che sono ben lieti di alimentare credenze strampalate, argomentando che esse possono migliorare lo stato d’animo dei credenti e costituire un arricchimento culturale. Questa tesi, è rovinosa e tollerandola saremo sempre meno liberi, schiavi delle credenze popolari e non in grado di affrontare la realtà. APPENDICE a cura di Massimilla Alfredo
Significato:
Assioma 1: se a implica b e a e' positiva, anche b e' positiva Assioma 2: la funzione positività e' lineare rispetto al not (c'e' un omomorfismo tra l'insieme P(x) e x) Teorema 1: [quindi] per ogni proprietà positiva esistente, esiste un x nell'universo tale che ha questa proprieta' Definizione 1: chiamiamo Dio quella cosa che ha tutte le proprieta' positive Assioma 3: essere Dio e' positivo Teorema 2: Dio esiste Assioma 4: se una proprietà può esistere allora e' necessario che esista Teorema 3: se x e' Dio, e' necessario che esista x (!?) Definizione 3: definizione di esistenza relativo alle precedenti tre Assioma 5: esistere e' una proprieta' positiva Teorema 4: e' necessario che esista un Dio L'opera dell'Ing. Corrado BrogiNato a Firenze il 3 Aprile 1920, Corrado Brogi, trascorse la fanciullezza e compì i primi studi a Vinci e considerò sempre “patria del cuore” S.Lucia, piccola frazione del luogo, a pochi metri dalla casa natale di Leonardo, dove risiedeva la famiglia materna. A queste esperienze di vita a contatto con la natura, e alla frequentazione del mondo contadino povero di allora, sono forse dovute sia la semplicità di costumi e la sobrietà dei modi che lo contrassegnarono sempre sia la genuina schiettezza e intransigenza morale che lo distolsero da ogni compromesso con il potere economico o politico.
Conseguito il diploma di geometra presso l'istituto tecnico Galilei di Firenze (oggi Salvemini) e vinti brillantemente due concorsi, appena ventenne fu assunto in ruolo presso l’Ufficio Tecnico Erariale. Ma non abbandonò gli studi superando prima l'esame di maturità liceale, allora necessario per l'accesso a tutte le facoltà, e laureandosi poi presso l'Università di Ingegneria di Bologna con una tesi sulla soluzione di sistemi fisici lineari con il metodo delle interdizioni che fu segnalata per l'originalità. Ad affrontare le difficoltà del suo itinerario di studente lavoratore, lo incoraggiò il prof. Giovanni Sansone, matematico di fama internazionale, fondatore dell'Istituto Ulisse Dini di Firenze, che fu per lui guida, maestro, amico. Proseguiva intanto le sue ricerche in campo fisico-matematico, dedicando ad esse tutto il suo tempo libero e gran parte delle ore notturne. Antiaccademico per indole e scelta, benché avesse egli stesso rivestito incarichi di insegnamento universitario, fu ricercatore d’assalto, poiché aggrediva ex-novo ogni problema riscoprendo e reinventadosi metodi e strumenti di lavoro in un percorso sperimentale autonomo e originale. Da segnalare è la sua invenzione di nuovi operatori funzionali fra i quali il ra che consente di esplicitare e risolvere incognite in equazioni risolvibili solo per tentativi. Negli anni '70, quando si riaccesero discussioni sulla struttura della cupola del Brunelleschi, partecipò al dibattito in corso, pubblicando importanti studi su alcuni aspetti delle curve funicolari, in particolare delle catenarie. Da appassionato ammiratore del patrimonio architettonico fiorentino, intese coinvolgere anche un pubblico più vasto nei problemi di conservazione dei beni artistici della città e in una conferenza-dibattito tenuta presso il Centro Culturale Masaccio sul tema della Cupola del Duomo, non esitò a denunziare l'intervento dissennato di chi aveva murato con il cemento le buche pontaie del celebre monumento. Non si chiuse mai infatti in un isolamento elitario ma, poiché considerava la matematica un linguaggio universale, si impegnò a suscitare anche negli altri, e soprattutto nei giovani, interesse ed amore per le problematiche scientifiche. Da questa “officina” di idee ed esperimenti è nata, giorno dopo giorno, quest’opera che si propone non tanto di indicare risultati, quanto di fornire strumenti di lavoro, sempre genuini, spesso originali e creativi, a chi intende costruirsi un percorso di ricerca non convenzionale, operando con la propria testa. Conforta il pensiero che il compendio di una attività di ricerca e di magistero durata un’intera esistenza non vada perduto, ma divenga occasione di ulteriori studi. E quasi consegna del testimone a futuri ricercatori, ci appare il fatto che, al momento del sereno, inavvertito trapasso, avvenuto alla vigilia del nuovo millennio, il 30 dicembre 1999, egli abbia lasciato sul tavolino un foglietto con l’appunto di un problema che intendeva risolvere l’indomani. L'opera di quest'uomo, è una vera e prorpia enciclopedia della matematica, formata da ben 7 volumi manoscritti dallo stesso autore.
Una risorsa eccezionale per chiunque si interessi di questa meravigliosa scienza.
Il link alle pagine web che ospitano l'opera è il seguente: L'opera di Corrado Brogi
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